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Commemorazione dei caduti di Nassiriya

L’intervento del sindaco Pino Salinetti alla cerimonia pone importanti punti di riflessione: queste guerre inutili e incomprensibili e questi sacrifici di vite umane, non hanno avvicinato i popoli e le persone, né diminuito le disuguaglianze economiche.
L’unico modo che abbiamo per onorare i nostri caduti è quello di trarre da questa dura lezione gli insegnamenti per un mondo di pace.


Alle ore 10:40 del 12 novembre 2003 (08:40 in Italia), un camion cisterna pieno di esplosivo viene fatto scoppiare davanti la base militare italiana di Nassiriya, città dell’Iraq, provocando l'esplosione del deposito di munizioni della base e la morte di 28 persone, 19 italiani (12 carabinieri, 5 soldati, 2 civili) e 9 iracheni e il ferimento di altre 140.

E’ la strage con il più alto numero di soldati italiani morti dalla fine della II guerra mondiale. Anche per questo l’attentato di Nassiriya ha colpito in modo indelebile l’immaginario collettivo e ferito profondamente la coscienza degli italiani.

I caduti di Nassiriya, gli oltre 50 morti in IRAQ dal 2001 al 2006, quando l’Italia ritirò le truppe, i quasi 40 soldati uccisi in Afghanistan, e gli altri in Somalia, in Libano sono la conseguenza dei conflitti sorti negli ultimi decenni, quando i processi di globalizzazione hanno avvicinato e reso interdipendenti le economie e i commerci; quando internet ha avvicinato e consentito a tanti cittadini, abitanti in qualsiasi punto della Terra, di conoscere e comunicare con altri cittadini di altri popoli, culture e religioni.

Eppure ciò non ha fatto diminuire le diseguaglianze economiche, non ha avvicinato i popoli e le persone in modo sufficiente a favorire il benessere di tutti e ad elaborare una comune cultura di pace.

Anzi la distanza tra ricchi e poveri è aumentata, così come la distanza e il rancore tra gruppi di popoli e religioni differenti.

In questo contesto è cresciuto l’odio di minoranze sociali, etniche e religiose che hanno scelto la strada aberrante del fondamentalismo religioso e del terrorismo, e ha spinto i governi dei Paesi ricchi a rispondere colpendo l’effetto e non le cause, dichiarando la guerra permanente al terrorismo, esportando la democrazia con le armi.

Di fronte ai caduti di Nassiriya, di fronte alla spirale atti di terrorismo e interventi armati che insanguinano il mondo, occorre che tutti riscopriamo le ragioni del rispetto e della convivenza fra i popoli; le ragioni che legano gli esseri umani tra di loro, in un’etica più forte.

Di fronte a questi caduti la politica deve smettere le polemiche e ricercare le comuni ragioni del sentire umano.

La pace e la convivenza sono un’esigenza primaria dell’uomo per progredire verso il benessere.

Dobbiamo tutti opporre il rifiuto più fermo ad ogni forma di violenza.

Il terrorismo deve essere debellato. La nostra condanna deve essere totale.

Non possiamo dimenticare la scia di sangue che funesta la convivenza nel mondo intero. Anche delle vittime che non appartengono al nostro popolo, civili o militari che siano.

Con la stessa fermezza, chiediamo di fermare i conflitti, come quello tra israeliani e palestinesi, di fermare lo scellerato ricorso alla logica della violenza che provoca morti su fronti contrapposti.

Mai come in questi anni, gli anni della globalizzazione, l’ONU e gli altri organismi internazionali istituiti dopo gli orrori della II guerra mondiale per riunire tutti gli Stati e attuare politiche diplomatiche per superare i conflitti, ma anche di contrasto alla fame, alla povertà,
all’analfabetismo, sono messi all’angolo, delegittimati. Non viene loro assegnata l’autorevolezza e le risorse per affrontare i conflitti e le crisi odierne.

Invece, credo che occorra dare forza, dare un ruolo più incisivo all’ONU affinché diventi un vero e proprio governo del mondo; credo che occorra mettere in atto una politica di riequilibrio, di disarmo, di pacificazione, non imposta da un paese o da una potenza, ma condiviso dal concerto delle nazioni.

Libertà, giustizia, corretta distribuzione delle risorse, sono i presupposti fondamentali per realizzare la pace in un mondo più equo e più solidale.

L’unico modo che abbiamo per onorare la memoria di questi nostri concittadini caduti è quello di trarre da questa dura lezione gli insegnamenti per un mondo di pace.

Credo che questo sia ciò che loro avrebbero voluto per i loro figli. Credo che questo sia il modo migliore per dimostrare loro il nostro affetto e la nostra riconoscenza.

La comunità di Castel Madama si stringe intorno ai carabinieri, ai soldati, ai civili italiani caduti nelle missioni internazionali, alle loro famiglie e a quanti sono ancora impegnati in esse, e nello stesso tempo si impegna a non smettere di ricercare e di praticare azioni che contribuiscano a costruire una cultura di pace e di convivenza civile.

 
 
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